Introduzione

L’Italia del dopoguerra ha avviato un ciclo economico virtuoso, spinto dalla voglia di meritato benessere.

Complici, uno straordinario slancio imprenditoriale e una capacità creativa e produttiva in grado di soddisfare egregiamente la domanda interna e un export sempre più attratto dal prestigio del Made in Italy.

Nonostante una poca attenzione alla competitività e un’eccessiva frammentazione produttiva, compensate, peraltro, da un costo del lavoro contenuto, da un giusto peso fiscale e da un sistema creditizio ben disposto a finanziare la ripresa, l’Italia economica appariva inarrestabile.

Nell’era del boom industriale c’era bisogno di tutto e si produceva di tutto.

Una classe politica responsabile garantiva, non senza qualche malumore, stabilità e condizioni favorevoli alla crescita.

Questo, nonostante un divario Nord-Sud che l’assenza di politiche di sviluppo e un assistenzialismo, divenuto clientelismo, non ha fatto altro che accentuare, favorendo l’ascesa delle mafie, anche finanziarie, forti di uno stato sempre più assente, come partner, ma sempre più presente, come esattore di una fiscalità famelica e fuori controllo.

Tutto ciò ha penalizzato fortemente il disegno di crescita italiano, infranto qualche decennio più tardi anche a causa di difetti divenuti ostacolanti e cambiamenti del mercato che non siamo stati capaci di fronteggiare e, probabilmente, nemmeno di capire.

L’Italia di oggi vive ancora grazie all’onda lunga di un’imprenditoria illuminata e di una classe politica che, fintanto che ha fatto politica, è riuscita a garantire condizioni che permettevano di essere ottimisti, nonostante tutto.

Ma quanto può durare tutto questo?

Quanto manca all’ultimo atto di una lenta, inesorabile e colpevole disgregazione del glorioso Made in Italy e di uno stato sociale sempre meno garantista delle classi più deboli, sempre più affollate e sempre più indifese?

C’è il modo di invertire questo pericoloso trend o dobbiamo attendere passivamente che l’avvento dei cosiddetti trattati, o accordi di libero scambio (v. TTIP, CETA o analoghi) piuttosto che la rimozione dei dazi alla Cina (presto, “economia di mercato?) spianino del tutto la strada ai nostri nuovi “datori di lavoro”? Sperando poi che di lavoro, per noi, ce ne sia ancora.

Timidi segnali di ripresa stanno arrivando, quanto meno dai settori in cui riusciamo ad imporre le nostre capacità, ma l’Italia produttiva è come un pugile all’angolo che deve reagire con più grinta e più coraggio, se vuole sopravvivere.

Possiamo ancora farcela, allora, ma solo se impareremo a volerci più bene, a fare squadra e a sfruttare in pieno la nostra incredibile creatività.

Dobbiamo tornare ad attaccare smettendola di piangerci addosso, fronteggiando – tutti insieme – i colpi di “avversari” determinati ad invadere un Territorio ricco di tutto, ma duro a morire.

Luigi Bordini

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