Crescita etica e crescita sostenibile

C’è una storia che descrive bene la situazione. Parla di crescita (la continua ricerca della crescita) e parla di sostenibilità.  E’ il mito di Icaro.

Nell’isola di Creta il re Minosse aveva chiesto a Dedalo di costruire il labirinto per il Minotauro. Avendolo costruito, e quindi conoscendone la struttura, a Dedalo e suo figlio Icaro fu preclusa ogni via di fuga da Creta da parte di Minosse poiché temeva che ne avrebbero svelati i segreti. Vennero così rinchiusi nel labirinto.

Dedalo, allora, per conquistare la libertà costruì delle ali fatte di penne e le attaccò al suo corpo e a quello di suo figlio, con la cera.

Malgrado gli avvertimenti del padre, di non volare troppo alto, Icaro si fece prendere dall’ebbrezza del volo e si avvicinò troppo al sole; il calore fuse la cera facendolo cadere nel mare. Dove morì.

Questa storia suggerisce di non pretendere mai troppo e di non volare troppo in alto. Tuttavia, qualche anno fa il marketer Seth Godin ne ha rivisitato il senso; secondo lui il problema non è solo quello di volare troppo in alto ma anche quello di volare troppo in basso.

Nella sua versione, infatti, c’è un rischio altrettanto presente costituito dal volare così vicini al mare da rendere umide le ali, e precipitare.

Dove sta la verità?

Probabilmente in mezzo. Come sempre.

Da una parte è vero che c’è bisogno di fare e di osare. Di non avere paura di inseguire traguardi ambiziosi e di impegnarsi al massimo per crescere.

D’altro canto, come insegna il senso comune e anche la storia di Icaro, bisogna stare attenti a non avvicinarsi al sole per il pericolo di bruciarsi le ali.

Questi però sono momenti difficili e io credo che non abbia senso non provare a volare alto per la sola paura dei rischi legati ad uno slancio eccessivo. O per una troppa ambizione.

In questi contesti economici è doveroso fare ogni tentativo per uscire da una situazione oggettivamente complessa e mutevole che comporta anche l’assunzione di inevitabili rischi.

Nonostante le buone intenzioni c’è ancora poca predisposizione al cambiamento

Il più grande pericolo, infatti, per come stanno le cose, potrebbe essere quello di non averci provato, di non credere in un cambiamento possibile e, più ancora, di non sforzarci di trovare nuovi modi non solo per affrontare momenti di incertezza, come quello attuale, ma per riuscire ad affrontare le difficoltà con proattività ed ottimismo.

Nelle sezioni successive di questo documento provo allora a descrivere, se non a dimostrare, come un nuovo approccio alle tematiche di business e dei pagamenti, in particolare, potrebbe dare un concreto contributo alla ripresa o, quanto meno, alla riduzione di molte problematiche che la stanno ostacolando; verso una crescita più duratura e anche più sostenibile.

Ritengo doveroso fare un passo indietro, e cioè interrogarsi su cosa sia realmente la crescita poiché questo potrebbe aiutare innanzitutto a comprenderla, nel suo significato profondo e realistico, per poi impegnarsi a conseguirla.

Tenendo ovviamente conto degli scenari e delle problematiche, sociali ed economiche attuali. E, ancora di più, a quelle che riguardano il nostro paese (di cui faccio una breve e personalistica analisi).


 

L’Italia produttiva è oggi vittima di nuove logiche di consumo che penalizzano i fatturati e le imprese, determinando la perdita di posti di lavoro e una crescente incertezza, sia da parte degli imprenditori sia da parte di molti giovani, disorientati e demotivati.

Peso fiscale e una lunga serie di problemi sistemici accentuati da un Euro che sta mostrando più limiti che opportunità peggiorano un quadro poco confortante, edulcorato da continue rassicurazioni, più o meno convinte e più o meno convincenti, da parte della solita politica miope ed egoista.

Tuttavia, più che la riduzione del PIL, che secondo differenti logiche potrebbe anche essere visto come un necessario ridimensionamento dei volumi produttivi, a preoccupare dovrebbe essere una ridistribuzione della ricchezza che accentua le disuguaglianze e assottiglia la cosiddetta classe media, la più numerosa e, soprattutto, quella per cui buona parte del nostro sistema produttivo ha imparato a lavorare.

Questo stato di cose facilita, o perfino determina, il saccheggio dei nostri “gioielli di famiglia”, da parte di giganti stranieri che hanno depredato le nostre migliori imprese, vanificando il lavoro e la dedizione di moltissimi imprenditori e lavoratori.

Tutto questo, mentre inefficienze e clientelismi costringono uno straordinario know-how, per nulla valorizzato in casa nostra, a cercare fortuna all’estero.

Bisogna allora comprendere come poter stimolare la crescita delle nostre imprese poiché la ripresa economica non può prescindere dalla ripresa produttiva, a sua volta basata su una ritrovata capacità di soddisfare una domanda interna, stanca e distratta da prodotti a basso costo, e di bassa qualità.

Un Made in Italy in affanno ha però bisogno di efficienza produttiva e anche del nostro aiuto, come consumatori, ma servono spinte motivazionali che i media non hanno saputo stimolare.

Comperare italiano, tra l’altro, è una scelta etica che oltre a garantire un futuro di lavoro ai nostri figli preserva i delicati equilibri ambientali messi a dura prova da un consumismo “usa e getta” dagli effetti devastanti sull’ambiente.

 

E’ solo colpa della crisi?

Non credo. La crisi economica ha tuttavia accelerato un processo che stava già mostrando i suoi limiti e imponeva cambiamenti significativi; ignorati o sottovalutati da un sistema politico miope, disinteressato e incapace di proporre soluzioni efficaci.

Sarebbe bastato ridurre il peso fiscale alle imprese e impegnarsi seriamente alla preparazione di un terreno più fertile per lo sviluppo per non trovarsi in una situazione così fortemente compromessa.

Mi riferisco ad un regime fiscale punitivo, ad una burocrazia lenta e complicata, a criteri clientelari di erogazione del credito che, anziché sostenere lo sviluppo (favorendo il comparto PMI, la vera forza trainante del Paese), hanno oliato per anni i meccanismi perversi di grandi imprese, quasi tutte poi capitolate, all’inadeguatezza di molte infrastrutture, ad una legge fallimentare che incentiva a chiudere, anziché a salvare l’attività, nonostante qualche timido segnale di cambiamento previsto dalle recentissime norme sulla legge fallimentare che, a partire proprio dai giorni in cui questo libro va in stampa, pare che si chiamerà “Liquidazione giudiziale”.

Una classe politica avida e sempre più inadatta a proporre “modelli” comportamentali, positivi, specie per le nuove generazioni, pare incapace di definire nuove condizioni, fiscali, normative e burocratiche stimolanti un’imprenditoria, ormai stanca, dal lato economico, ma anche osteggiata da una macchina organizzativa distruttiva di valore e della voglia di creare lavoro.

 

Gioco di squadra e sinergie sono i nuovi elementi fondanti?

Imparare a fare squadra è sicuramente la più grande sfida per un paese in cui siamo abituati a “giocare” da soli!

Oggi, infatti, buona parte dei problemi italiani sono figli di un individualismo, presente nel nostro DNA, che in passato ha consentito di fare grandi cose ma che l’evoluzione dei mercati e un eccessivo acutizzarsi di questa nostra prerogativa l’ha trasformata in un forte limite poiché è sfociata in atteggiamenti sempre più distanti dal tanto auspicato “bene comune”.

Questo “bene comune” è infatti ancora un miraggio in una cultura italica fondata sul singolo e divenuta grande grazie al lavoro, e al genio, di individui che, da soli, hanno portato questo strano Paese a primeggiare un po’ in tutto.

La crisi ha poi messo in luce problematiche che non sono facilmente superabili, nel breve periodo, ma che potranno essere colmate da una nuova metodologia collaborativa, a partire dai processi di creazione delle idee.

Il concetto di gioco di squadra è di per sé stimolante, secondo me, e lascia intendere la straordinaria forza propulsiva che può emergere dalla fusione sinergica delle capacità di ognuno di noi. Il gioco di squadra, che dovremmo tutti contribuire ad introdurre, è qualcosa che dovrà realizzarsi attraverso metodologie collaborative trasversali che coinvolgano tutti gli attori e operatori del nostro complesso sistema produttivo ed economico.

E’ un concetto di gruppo probabilmente nuovo, teso alla caratterizzazione di entità produttive simili a grandi e complesse macchine in cui ciascun “meccanismo” (le imprese) è necessario e funzionale al suo funzionamento.

Questo nuovo modo di organizzare il lavoro dovrà anche essere adottato internamente alle imprese e portare al graduale superamento di una competizione che coinvolge intere divisioni aziendali o figure specifiche troppo poco collaborative poiché troppo determinate a raggiungere risultati individuali, talvolta persino scollegati dai reali interessi dell’azienda.

Limitare la competizione interna a favore di uno spirito di squadra, anche fra le imprese.

Questo atteggiamento, in epoche passate, può anche essere stato propulsivo ed aver favorito l’efficienza ma – oltre un certo limite – è divenuto un grosso ostacolo alla crescita.

Da un nuovo spirito collaborativo, esterno alle imprese, dovranno nascere realtà produttive sensibilmente più strutturate di quelle attuali, che sappiano superare l’eccessiva polverizzazione del nostro sistema imprese e fronteggiare la difficile concorrenza dei colossi stranieri.

Il “gioco di squadra” a cui mi riferisco non prevede affatto che ogni giocatore debba azzerare la sua identità a favore della squadra. Tuttavia, oggi servono giocatori coordinati, compatti, che puntino, ciascuno, nel proprio ruolo, ad una vittoria che potrà essere solo collettiva.

 

Luigi Bordini

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *