Crediti inesigibili e NPL

Molte imprese e Banche hanno oggi in portafoglio notevoli quantità di crediti impagati che, dopo i consueti tentativi di recupero, stragiudiziale o giudiziale, vengono declassate a titolo di sofferenze.

Si tratta di crediti ritenuti inesigibili e che, non sempre a fronte dei giusti, doverosi ed efficaci tentativi di recupero, vanno a costituire consistenti “stock” di NPL destinati ad essere venduti, o svenduti, a società specializzate.

Queste ultime, li acquistano e, molto spesso, lo fanno ad un valore sensibilmente inferiore, talvolta irrisorio, rispetto a quello originario.

Le società acquirenti, piuttosto che gli operatori del credito a cui vengono successivamente affidati i crediti impagati, si occupano poi di mettere in atto azioni – più o meno incisive – del tutto analoghe a quelle che avrebbe dovuto effettuare chi ha posto in atto la cessione.

Sono azioni che, non di rado, portano ad incassi anche significativi pertanto, il lavoro e il guadagno dei cessionari – o dei loro “sub fornitori” – è costituito spesso da una mera attività di recupero crediti, stragiudiziale e giudiziale, che, in qualche modo, non è stata fatta, o non è stata fatta correttamente, dalla società cedente.

Le cessioni di NPL fanno guadagnare (quasi) solo chi li acquista

Sono dunque operazioni che, sebbene costituite da crediti in buona parte già svalutati, producono gravi perdite da parte dei cedenti e che, soprattutto quando interessano le Banche, rischiano seriamente di comprometterne la stabilità patrimoniale.

Si può allora parlare di una vera e propria tendenza a considerare perso del denaro che, concretamente, non si è provato a recuperare?

Di certo, è in atto la tendenza a semplificare la gestione interna dei crediti problematici e a fruire, non so con quali concreti benefici, di piccole quantità di denaro liquido immediatamente disponibile.

Pare, cioè, che non vi sia la giusta proattività nel gestire internamente pratiche e trattative di recupero senz’altro problematiche ma che con il giusto impegno, ed un sufficiente know-how, potrebbero ridursi drasticamente.

Non si nota, ad esempio, un certo slancio nel proporre ai debitori una transazione, o una sorta di “sconto” sul loro debito originario, che potrebbe, nonostante tutto, generare un incasso sensibilmente superiore a quello che viene poi corrisposto dal cessionario di NPL.

Alcuni crediti, infatti, specie se incagliati a causa di contenziosi di natura tecnico-commerciale-amministrativa, vengono considerati inesigibili prima di aver provato ad aprire veri e propri tavoli negoziali con i clienti inadempienti per cercare, quanto meno, un recupero, anche parziale, del denaro.

E’ vero che l’anzianità di un credito ne compromette le probabilità di recupero ma ciò non significa che non sia importante, e doveroso, impegnarsi a fondo per gestire le molte posizioni incagliate che, spesso, si potrebbero risolvere grazie all’adozione di azioni più efficaci e, non per ultimo, attraverso una maggiore disponibilità alla definizione di eventuali, ma spesso necessari, accordi transattivi.

I crediti incagliati, dunque, vengono spesso “dimenticati” o parcheggiati e, infine, ceduti. Ma è mia convinzione che moltissime posizioni creditorie si potrebbero recuperare, almeno in parte, se ci fosse maggiore disponibilità e una maggiore capacità a definire accordi negoziali con i debitori.

Poca proattività verso gli accordi negoziali

Vorrei anche evidenziare che quando il fornitore cede uno stock di crediti sceglie, o comunque accetta, consapevolmente, di realizzare una forte perdita, a fronte di un beneficio rappresentato dall’incasso liquido e immediato di un importo decisamente inferiore al valore originario del credito.

E questo, avviene a prescindere che abbia, o meno, già effettuato le dovute svalutazioni di quegli stessi crediti a bilancio.

E’ importante ricordare che il saldo fra il valore originario di quel credito (poniamo di 1.000€) e il prezzo con cui viene ceduto (diciamo 50€) pari quindi a 950€ va a beneficio dell’acquirente del credito, anche se il suo effettivo guadagno dipenderà da quanto, di questi 950€, riuscirà ad incassare.

La domanda che però viene spontanea è: come mai, nei consueti tentativi di recupero, i fornitori non considerino quasi mai l’ipotesi di proporre ai debitori uno “sconto” sui crediti impagati, magari anche del 30-40-50%?

Questo, da un lato – aumenterebbe la probabilità di incassare, quanto meno, una congrua parte del credito (certamente più alta rispetto a quanto viene riconosciuto da parte dei cessionari) e – dall’altro – potrebbe dare un grosso aiuto ai clienti in difficoltà attraverso uno slancio nei loro confronti che verrebbe senz’altro apprezzato; sia dagli stessi debitori che da tutto il mercato.

Cedere un credito senza, prima, proporre al debitore uno sconto, è un’occasione persa per incassare di più e aiutare un’impresa in difficoltà

 

Perché così tanti NPL?

Molto è riconducibile alla congiuntura negativa che ha intaccato interi settori produttivi e ha innescato una catena di mancati pagamenti che ha avuto ripercussioni a cascata su interi settori industriali. E molto è dovuto alla, non sempre conseguente, crisi di liquidità.

Il problema è che, più che una vera crisi di liquidità, in Italia è in atto una vera e propria contrazione del credito “credit crunch” da parte del mondo bancario che, sebbene a fronte di una congrua iniezione di denaro da parte della BCE, ha inspiegabilmente chiuso i rubinetti del credito nei confronti delle imprese.

Ciò è anche dovuto, è doveroso ricordarlo, alle indicazioni, per non dire imposizioni, delle norme contenute nei tristemente famosi “accordi” di Basilea (1,2,3) – imposti in ambito comunitario e della BCE – che di fatto hanno imposto alle Banche (molto in sintesi) di essere estremamente prudenti nella concessione di credito alle imprese. O, più ancora, di farlo con precisi vincoli legati allo stato patrimoniale delle stesse Banche.

Dal lato delle imprese, giusto per non tralasciare aspetti che andranno senz’altro migliorati in futuro, si deve riscontrare che molte realtà, con l’intento di massificare il volume d’affari e il fatturato, hanno spesso adottato politiche commerciali aggressive che hanno in qualche modo indotto il Credit Management (per non dire costretto…) ad allargare le maglie dei processi valutativi. Aprendo così le porte ad una clientela più rischiosa le cui cattive performances di pagamento ha esposto le Imprese commercialmente più disinvolte, o perfino imprudenti, a pericolose tensioni finanziarie.

In pratica, il Credit Management ha dovuto spesso assecondare politiche di vendita aggressive che hanno, via via, portato al deterioramento della qualità dei crediti.

Il Credit Management deve spesso assecondare politiche di vendita aggressive che deteriorano la qualità dei crediti

Per tornare al mondo bancario, soggetto anch’esso a pericolose tensioni finanziarie dovute proprio all’imponente mole di NPL, va detto che molte Banche, un po’ come le imprese, hanno forti responsabilità nell’aver concesso credito a soggetti non meritevoli o in assenza delle dovute garanzie.

Ma, rispetto alle aziende, hanno colpe decisamente più gravi poiché questo atteggiamento palesemente discriminante è stato perpetrato più che per necessità economiche, da ragioni di tipo “clientelare”.

Inoltre, l’aver prestato denaro a soggetti che, nella migliore delle ipotesi, non l’hanno restituito poiché in assenza dei necessari requisiti di affidabilità imposti – oltre che da logiche cautelative – dalle direttive, appunto, di Basilea (1,2,3), ha impedito, di fatto, che lo stesso denaro venisse prestato ad imprese che ne avevano realmente più bisogno per lo sviluppo della loro attività.

Il denaro prestato con logiche clientelari è stato sottratto al mondo produttivo sano

Non intendo puntare il dito su tutti gli istituti bancari poiché credo che il problema abbia riguardato comportamenti scorretti, spesso isolati, perpetrati da una stretta minoranza di individui che, così facendo, ha però gettato ombre sull’intero settore.

Più in generale, io penso che siano ancora in molti a sfruttare in modo eccessivo e indiscriminato la “leva del credito” per incrementare le vendite poiché l’aumento dei fatturati, oltre ad indubbi benefici sul piano squisitamente economico, aiuta a mostrare al mercato, e alle stesse Banche, di essere in buona salute e questo consente di fruire di immediata liquidità attraverso la cessione delle fatture di vendita.

L’obiettivo di un’impresa, in ottica di sviluppo nel medio-lungo periodo, dovrebbe però sempre essere quello di disporre di un corretto e regolare livello di capitale circolante, sempre nell’ottica della “creazione di valore”. Evitando, cioè, l’assunzione di rischi eccessivi.

Restando in tema di logiche stabilizzanti e rafforzative del Sistema Imprese, mi sento infine di suggerire forte sensibilità da parte di tutti gli operatori del credito che se adotteranno una sempre più necessaria etica comportamentale potranno ottenere performances migliorative consentendo, nel contempo, ad una sterminata platea di imprese italiane in difficoltà di continuare a vivere e lavorare.

 

Deleghe del Credit Manager

Il problema appena accennato è però anche dovuto al fatto che il Credit Management non sempre dispone della necessaria autorevolezza e visibilità, ovvero di una “delega” da parte dei vertici e dell’azionariato utile a far valere le proprie ragioni e, talvolta, ad “alzare la voce” laddove si renda necessario porre vincoli agli input tesi ad uno sviluppo indiscriminato di fatturato.

Condizione necessaria, troppo spesso disattesa, è dunque un corretto posizionamento della struttura di Credit Management che, a differenza di quanto spesso accade, cioè, di risiedere all’interno dell’area commerciale o di quella amministrativo-finanziarie, dovrebbe rispondere direttamente ai vertici aziendali.

Questo, come suggerisce la cultura anglosassone (che ha una visione di questa importante funzione senz’altro più moderna e corretta) per consentire alla funzione di operare in modo sostanzialmente autonomo, orientando e basando il suo lavoro unicamente in linea con la mission aziendale.

Il Credit Management dovrebbe rispondere direttamente all’AD

Luigi Bordini

2 Comments

  • Ho letto con attenzione il suo articolo e colgo l’occasione per ringraziarla.
    D’altra parte mi verrebbe da dire che nessuna banca consentirebbe al cliente finale di ritrattare di un 40% il proprio debito. Qualora sia consentito appena il cliente perde lavoro ne chiederebbe la riduzione (anche se poi lavora in nero) e in breve si spargerebbe la voce fino a diventare una pratica usuale e non avrebbe potuto senso. Però è solo un’ipotesi, non sono esperto del settore.

    Comunque la mia domanda è, secondo lei un gestore dei crediti come può essere Dobank (e simili) risolve il problema di cui parla nell’articolo? Ma a che prezzo? Cioè quali sono i pregi e i difetti di delegare la gestione degli insoluti ad un ente esterno?

    • Buongiorno Matteo e grazie per l’intervento. Mi scuso per il ritardo ma il mio sito ha grossi problemi in qs giorni e ho visto tardi il suo commento.
      I rischi che si “sparga la voce” inducendo i debitori ad usare impropriamente questa sorta di facoltà esistono. Ma solo in teoria, poiché questa possibilità non dovrà mai diventare una regola bensì rimanere una facoltà in capo al creditore che, in piena libertà, e solo in presenza di situazioni determinate e riconoscibili, potrebbe valutare se applicarla, o meno.
      Se un gestore come Dobank sia eventualmente disposto a considerare questo tipo di strategia, davvero non lo so. Personalmente, spero che si accorgano dell’opportunità, e necessità, di salvare le imprese, e anche le persone, in crisi, ma solo a condizione che dimostrino serietà e, non di meno, di voler proseguire l’attività..

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *