Credit Innovation – ASSICURAZIONE DEL DEBITO

In uno scenario economico caratterizzato dalla contrazione di volumi di vendita e dei fatturati, problema aggravato e in qualche modo provocato dai bassi livelli di liquidità, si determina un sempre maggiore rischio di insolvenza da parte di molte imprese che non riescono rispettare gli impegni di pagamento nei confronti dei loro fornitori.

Sempre più imprese faticano a rispettare gli impegni di pagamento verso Banche e fornitori

E’ purtroppo noto l’effetto dannoso e distruttivo di un mancato pagamento da parte di imprese insolventi che – probabilmente – sono anch’esse vittime di altrettanti problemi di incasso ma che, più o meno colpevolmente, provocano danni ai loro fornitori nel momento in cui non sono più in grado di pagarli.

La frequenza di questi fenomeni va ad aggravare uno scenario economico italiano piuttosto incerto e che richiederebbe la necessità di “soluzioni” – anche legislative – tese ad attenuarne i danni, e le conseguenze, dei ritardi di pagamento e delle insolvenze.

Ho affrontato per anni queste problematiche, che possono tuttavia essere mitigate da prodotti specifici per la riduzione del rischio, fra cui l’assicurazione del credito, che ritengo presenti il migliore rapporto costi/benefici; anche se il difficile contesto economico evidenzia la necessità di renderla ulteriormente più incisiva e tutelante, in ottica generale.

Ho infatti constatato spesso l’efficacia di questa polizza, a mio parere imprescindibile specie per le aziende che intendano esplorare nuovi mercati e approcciare nuova clientela, e questo nonostante costi di copertura non trascurabili ed un’operatività gestionale piuttosto impegnativa.

L’assicurazione del credito favorisce la stabilità finanziaria dell’impresa ed è apprezzata da Banche, società di revisione e investitori.

Tuttavia, la sua efficacia è ancora piuttosto limitata poiché si tratta di un prodotto non ancora di uso comune ed è quindi circoscritta alla ristretta cerchia di coloro che l’hanno stipulata.

Riterrei quindi necessario introdurre novità e migliorie capaci di ampliare i benefici di questa polizza, alla luce di una sinistrosità dei mercati in leggera flessione, in Italia, ma pur sempre molto significativa, sia in termini di eventi che di importi totali impagati.

Analizzando il contesto e le logiche sottostanti le modalità di regolazione delle forniture, ovvero le responsabilità oggettive in capo ai soggetti debitori, riterrei opportuno ribaltare il principio di applicazione della polizza crediti poiché – concretamente – sono i debitori a provocare i sinistri, ovvero i mancati pagamenti nei confronti dei loro creditori.

E questo, a mio avviso, è un concetto fondante poiché un’impresa, nel momento in cui avvia la sua attività, contrae debiti e diviene, a tutti gli effetti, un soggetto potenzialmente in grado di danneggiare i fornitori, qualora non riuscisse a pagarli.

L’impresa assume dunque una sorta di “responsabilità commerciale”, o economica, nei confronti della collettività, esattamente come avviene per gli automobilisti che assumono una “responsabilità civile”, a fronte di eventuali danni che potrebbero arrecare a persone e cose, nel momento in cui si mettono alla guida di mezzi a motore.

Introduzione del concetto di “responsabilità economica” delle imprese

Io credo, pertanto, che imprese, professionisti e operatori economici dovrebbero essere tenuti a stipulare una polizza a favore della “collettività”, ovvero dei soggetti terzi con cui hanno rapporti di fornitura, a copertura degli eventuali danni da mancati pagamenti, qualora non potessero regolarizzare una o più forniture.

Penso allora ad una POLIZZA DEBITI, obbligatoria, o fortemente “richiesta” dal mercato, contratta dai debitori a favore dei creditori (fornitori) in caso di impossibilità ad effettuare i pagamenti.

Necessità di una “polizza debiti”

Penso ad una polizza che erediti la logica di fondo della polizza RCA in campo automobilistico ma con un principio di funzionamento analogo a quello dell’attuale polizza crediti riguardo, ad esempio, al “limite di credito” (fido) che in questa polizza dovrebbe ovviamente essere “limite di debito” ovvero un massimale posto dalle compagnie assicurative riguardo all’esposizione debitoria nei confronti dei fornitori che ogni impresa assicurata non dovrà superare.

Limite di indebitamento verso i fornitori

Questo limite potrebbe apparire contrario alla giusta libertà gestionale dell’imprenditore ma io credo che un tetto massimo sugli acquisti posto dalle compagnie assicurative sulla base dello stato di salute delle imprese – ovvero una sorta di “merito di debito” (determinato dalle stesse metodologie valutative della polizza crediti) – potrebbe costituire un’importante tutela verso i fornitori ma anche verso le stesse aziende debitrici.

Questa polizza, infatti, potrebbe consentire alle imprese di ottimizzare gli acquisti grazie alla certezza dei loro fornitori di essere pagati ma anche di massimizzare le vendite, per la stessa sicurezza di essere pagati, dai clienti.

Io credo inoltre che una polizza per danni da mancato pagamento proteggerebbe le imprese insolventi dalle azioni legali eventualmente avviate nei loro confronti, dai loro creditori, e che, come già accennato, avrebbe ricadute sul loro stato di salute, andando ad aggravare ulteriormente le crisi già in atto.

Vorrei anche sottolineare che quella che oggi potrebbe apparire come una criticità della polizza crediti, ovvero i suoi costi piuttosto significativi – dovuti anche al fatto che tali coperture non possono ancora contare su un’ampia diffusione e distribuzione – potrebbe essere superata da una significativa maggiore diffusione della “polizza debiti” che consentirebbe alle Compagnie una migliore distribuzione del rischio su un bacino di utenza decisamente più significativo.

La polizza debiti, per la sua diffusione, dovrebbe costare meno dell’attuale polizza crediti

Vi sono, chiaramente, molteplici aspetti tecnici, legislativi, procedurali e perfino commerciali da analizzare prima di poter comprendere se questo tipo di polizza sia attuabile, concretamente, o meno.

Ed è altrettanto ovvio che la condizione primaria e assolutamente necessaria è che le Compagnie trovino sufficiente interesse economico verso un prodotto che si discosta parecchio da quelli attualmente in vigore.

Sul piano tecnico, quello che prevedo possa divenire una criticità, se non addirittura un ostacolo, riguarda l’assunzione di un rischio che sarebbe interamente in capo ad ogni singolo assicurato. Mentre con la polizza crediti è, in qualche modo, ripartito sulla totalità della sua clientela.

Ma questo, a mio parere, è superabile grazie ad accordi fra compagnie che, nel caso di obbligatorietà della polizza, potrebbero creare appositi fondi di garanzia o accordi preventivi e condivisi che portino ad una corretta ed equa ripartizione dei rischi.

La fiducia nuova strategia

Un altro fra i fattori fondanti nell’attività di Credit Management è la fiducia.

La fiducia, infatti, quando viene data – spontaneamente – predispone quasi sempre l’interlocutore, il cliente, a fare ogni sforzo per dimostrare che è stata ben riposta.

Mi sono trovato spesso a gestire problematiche di incasso in cui era oggettivamente difficile capire come comportarsi; come affrontare, cioè, situazioni in cui è necessario valutare se in presenza di una conclamata difficoltà a pagare, da parte di un cliente, sia opportuno concedergli ulteriore credito, un’altra chances potrei dire, mantenendo attiva la fornitura, oppure bloccarla, arginando l’incremento del debito ma rischiando di creare danni irreversibili alla sua azienda e, peggio ancora, di limitare fino ad azzerare le possibilità di incassare il credito.

Specialmente in questi momenti io credo che la migliore strategia non sia tanto quella perpetrata con inflessibilità, tesa a velocizzare un pagamento che il cliente potrebbe non riuscire ad effettuare, ma quella capace di tutelare gli interessi di tutte le parti coinvolte e, non per ultimo, la continuità dei rapporti.

In questi casi bisogna avere il coraggio, e la lungimiranza, di dare fiducia a chi ha problemi. A condizione, come già indicato, di avere potuto preventivamente verificare il reale stato di insolvenza della controparte.

Dare fiducia ad un imprenditore in difficoltà significa credere in lui, nella sua azienda e in un sistema che dovremmo impegnarci a salvaguardare

Io credo infatti che i valori di correttezza e rispetto siano ancora fondanti in un mondo in cui si ritiene che tutto sia subordinato a numeri ed interessi meramente economici.

Un imprenditore, se onesto (come la stragrande maggioranza di essi), se riceve fiducia farà di tutto per “ripagarla”, ovvero per rispettare gli impegni presi.

Molti non saranno d’accordo con questa visione ma io ho riscontrato spesso che quando ad una persona viene data fiducia, specie se inaspettata, in essa scatta qualcosa che la spinge a fare di tutto per dimostrare che è stata ben riposta.

Al contrario, se l’approccio trasmette il sospetto, o la certezza, di avere a che fare con una persona scorretta o inaffidabile, dando così avvio ad azioni eccessivamente cautelative, proprio per la presunzione che qualcosa possa andare storto, non dobbiamo poi stupirci se questo accadrà veramente. Infatti, quando una persona viene etichettata come scorretta, molto difficilmente si impegnerà a ribaltare questo nostro (pre)giudizio negativo e, di conseguenza, è molto probabile che se anche volesse rispettare gli accordi presi, non lo farà più.

Questo, inevitabilmente, porta all’inasprimento dei rapporti e a tutte le prevedibili complicazioni sul piano anche commerciale e giuridico.

 

Etica da parte del Cliente

Sebbene io creda fermamente che l’Etica porti vantaggi innanzitutto a chi la applica, non dev’essere proposta solamente da parte del fornitore nel momento in cui si trova a dover gestire, e risolvere, eventuali diatribe, contestazioni o trattative per il recupero del suo credito, nei confronti della clientela. Un comportamento etico, vantaggioso innanzitutto verso chi ne è portatore, vorrei che fosse messo in atto anche dai clienti, nei confronti dei loro fornitori.

La correttezza, infatti, è sempre alla base dei rapporti commerciali e facilita l’appianamento di tutta una serie di problematiche riguardanti, in primis, lo scottante tema dei pagamenti.

Penso, dunque, che l’adozione di atteggiamenti improntati alla correttezza (reciproca, ovviamente) debba riguardare soprattutto chi è in difetto, cioè inadempiente, e questo anche se, come spesso accade, chi è in ritardo nei pagamenti è spesso vittima anch’esso di problematiche sottostanti e in qualche modo ineluttabili.

Il cliente deve però essere tempestivo, e soprattutto sincero, nel dichiarare l’insorgere di un problema di liquidità che potrebbe portare a ritardi di pagamento, sforzandosi inoltre di quantificarne la tempistica prevista.

La correttezza, anche da parte del cliente, è fondamentale per trovare soluzioni condivise

Un cliente moroso deve essere proattivo nell’individuare, e richiedere, un eventuale allungamento dei termini di pagamento piuttosto che un piano di rientro, se il pagamento è già scaduto, ed essere disponibile al riconoscimento dei costi finanziari delle operazioni di appianamento (interessi di dilazione o interessi di mora).

Questa, appunto, non è una correttezza doverosa solo ai fini di un’Etica che può realmente divenire una strategia vincente.

La correttezza, da parte del cliente, predispone il fornitore ad una migliore disponibilità e apertura riguardo ad eventuali proposte che, in ogni caso, richiedono un certo sforzo da parte di chi dovrà concede credito ed assumersi, inevitabilmente, nuovi rischi o maggiori costi.

Quando un cliente mi chiama per comunicare un problema di pagamento, e questo prima che sia io a sollecitargli il suo debito scaduto, mi rendo conto del diverso tenore della trattativa e che quel tipo di atteggiamento predispone ad accogliere, più facilmente, le sue necessità.

Non solo. La sincerità nei confronti del creditore evidenzia un modo di operare professionale, onesto e positivo che sarà apprezzato da tutti gli interlocutori dell’azienda in crisi. E questo aumenta sensibilmente le probabilità che possa rimettersi presto in piedi.

 

E’ come dire che quando un imprenditore è serio rassicura i suoi interlocutori e i suoi creditori circa le probabilità oggettive di superare la crisi in atto.

Al contrario, un debitore che evita di dialogare, che non riconosce di aver problemi, che fa promesse regolarmente disattese e approccia i debitori in palese mala fede, trasmette una forte negatività e induce ad assumere atteggiamenti più prudenti, cautelativi o perfino ostili.

Crescita e Sostenibilità

Tengo a fare una riflessione sul concetto di CRESCITA perché la considero la “Stella Polare” dei processi di sviluppo economico-sociale ma credo che non ci soffermiamo a comprenderne meglio il suo vero significato rischiamo di andare nella direzione sbagliata.

Mi riferisco ovviamente ai contesti in cui la crescita non è un evento naturale ma un’azione pianificata dall’uomo, a fronte di obiettivi specifici. Io credo che la crescita, così come avviene in Natura, anche in ambito economico-produttivo dovrebbe contenere un concetto di “continuità” che abbiamo quasi sempre sottovalutato, per non dire ignorato, e questo sta portando una serie di effetti collaterali che possono compromettere gli sforzi fatti per un ottenere un benessere che sta divenendo effimero.

Più ancora, io credo che tutto il processo evolutivo umano – presto o tardi – potrebbe subire una deviazione pericolosa. Ma non del tutto inattesa.

Gli scenari attuali pongono molti interrogativi e giustificate preoccupazioni proprio in funzione di quella che ritengo un’incompleta accezione del concetto di crescita, da sempre perseguita nella quasi totale assenza del fattore “continuità”.

Alla crescita abbiamo, infatti, sempre attribuito un significato numericamente crescente, teso all’aumento incessante della produzione, dei consumi, della domanda, dei fatturati, dei guadagni, e così via. Ma questa visione non tiene conto di un fattore sempre più importante. Anzi, imprescindibile; la SOSTENIBILIA’. Ai ritmi attuali, infatti, lo sfruttamento indiscriminato delle risorse – da una parte – e la produzione di rifiuti – dall’altra, creano squilibri naturali i cui effetti, già evidenti e devastanti stanno per divenire irreversibili.

Dobbiamo allora sforzarci di legare l’incessante incremento della popolazione e delle sue reali e superflue necessità ad una doverosa capacità di tutelare gli equilibri di un Pianeta che stiamo rendendo sempre meno ospitale per noi e, soprattutto, per i nostri figli.

Il fatto è che abbiamo ancora molto da imparare riguardo alla capacità di produrre, consumare e smaltire senza depredare le risorse naturali e senza intasare immense aree della Biosfera da montagne di rifiuti.

Non riusciamo cioè a crescere in modo corretto, in ottica di continuità e di salvaguardia degli equilibri naturali. Ma neppure di quelli economici che, non troppo indirettamente, sostengono una congrua parte degli equilibri sociali del Pianeta.

Personalmente, credo che questo sia in buona parte dovuto al volere dei grandi produttori e perfino dagli Stati che da tempo perseguono e impongono obiettivi di crescita costante e incessante, forse per via di errati “diktat” accademici che seguitano ad indicare la crescita come qualcosa da perseguire a tutti i costi; senza condizioni e senza compromessi.

Sostenibilità anche economica, dunque, volta a tutelare le molte imprese che, per la stessa errata visione della crescita, hanno attuato politiche aggressive che le hanno esposte al rischio di collassare, specie in un momento in cui le incertezze dei mercati non garantiscono più una diretta correlazione fra investimenti e ritorni economici.

Ma qual è allora la corretta definizione di “crescita”?

Per questo, ho provato a comprende cosa significhi crescere, in Natura. Perché la Natura sa sempre cos’è giusto.

Gli Alberi, ad esempio, sviluppano forti radici prima di innalzarsi verso l’alto. In caso contrario, sarebbero esposti alle intemperie e rischierebbero di cadere al primo colpo di vento forte.

Gli esseri umani, nel corso del loro complesso percorso di crescita, oltre agli evidenti effetti legati allo sviluppo psico-fisico, apprendono e consolidano una progressiva capacità cognitiva – le nostre radici – che ci rendono, via via, indipendenti e capaci di affrontare le difficoltà e le insidie della vita quotidiana.

Cos’è dunque la crescita? Esiste una definizione universalmente valida che aiuti a meglio comprenderla e quindi a perseguirla, finalmente, per quello che realmente è?

IO CREDO CHE LA CRESCITA SIA LO SVILUPPO DELLE CONDIZIONI E DELLE CAPACITÀ UTILI A GARANTIRE LA NOSTRA PRESENZA NELL’ECOSISTEMA, NEL TEMPO.

Una crescita volta all’importante equilibrio fra la giusta spinta evolutiva e il rafforzamento delle radici che devono garantire la necessaria stabilità e continuità.

La crescita per un’impresa, per tornare su ambiti squisitamente economici, dovrebbe quindi essere la capacità di dare continuità alla sua attività, limitando l’incremento compulsivo di volumi e fatturati che, molto spesso, la rendono instabile e troppo esposta alle insidie dei mercati globali.

La crescita è la capacità di guardare avanti rimanendo sé stessi. E’ lo sforzo di innovare, migliorare e attualizzare i prodotti e i servizi alla clientela. E’ l’avvio di politiche di richiamo e di fidelizzazione dei clienti. E’ la valorizzazione del lavoro e del know-how innanzitutto interno. E’ l’investimento in Capitale Umano. La crescita è l’investimento in R&S verso produzioni, anche di energia, sempre più pulite ed ecocompatibili. E’ lo sviluppo di forti sinergie interne ed esterne alle imprese nel disegno di una “rete” sempre più grande e sempre più proficua.

Crescere è la voglia di fare squadra senza barriere e senza la paura di condividere il proprio sapere.

Posto quindi che la crescita sia la necessaria capacità di garantire una giusta continuità ai cicli di vita, mi aspetto adesso un grande sforzo per invertire un trend molto poco rassicurante, cercando nuove strade verso uno sviluppo tutelante la nostra vita e quella dei nostri delicatissimi Ecosistemi Naturali ed Economici.

Controllo, Etica & Credito

Il controllo su qualcosa, qualcuno e talvolta su noi stessi ci gratifica e ci rassicura allo stesso tempo.

Ci gratifica, poiché necessita di un’autorità conferitaci o, più ancora, se è frutto di capacità, scaltrezza, denaro.

Ci rassicura, invece, poiché possiamo gestire le situazioni nel nostro interesse e questo, non sempre a ragione, ci dà la sensazione di avere il controllo perfino sugli eventi.

Nei molti contesti in cui viene esercitata una qualunque forma di controllo, mi vorrei soffermare su quello legato ai rapporti fra imprese – il tema a me più familiare – e, nello specifico, fra i grandi operatori di Energia e Credito e i loro Clienti.

Il controllo, in questi complessi rapporti di business è legato – fra le altre cose – all’attività di verifica solvibilità che viene effettuata preventivamente all’avvio della fornitura o all’erogazione di denaro.

Utilities e Banche devono infatti analizzare la situazione economico-finanziaria dei potenziali clienti per attribuirne il “merito di credito” (fido). E poi, successivamente, in occasione dei periodici controlli sulla regolarità dei pagamenti di forniture e prestiti, nonché a fronte delle azioni volte al recupero del credito eventualmente impagato.

Ci troviamo così di fronte ad un’importante forma di controllo che i “grandi” esercitano sulle piccole-medie imprese e che, a mio avviso, assume significati via via crescenti nei difficili scenari attuali.

Concessione di credito, dunque, ed interventi in caso di insolvenza che vedono i Credit Manager disporre di un forte controllo che – se male esercitato – può arrivare a decretare, talvolta senza dolo o volontarietà, la chiusura delle imprese inadempienti.

Banche e Utility hanno dunque l’onere e l’onore, e io dico l’opportunità, di adottare comportamenti che non penalizzino le imprese e che, come auspico, le aiutino a non annegare nelle acque agitate dei mercati competitivi e globalizzati.

La sopravvivenza dei “piccoli”, pertanto, se non del tutto legata al volere di Banche e Utilities può molto dipendere dalla loro politica del credito che, non di rado, può decretare la tenuta, o la disfatta, di intere filiere produttive.

Chi esercita questo tipo di controllo, auspico allora che abbia, o acquisisca, una spinta etica per me imprescindibile, che stimoli una forte attenzione ai rapporti causa-effetto dei comportamenti potenzialmente dannosi, sebbene legittimi.

Più ancora, io vorrei che l’etica incentivasse un inedito impegno dei grandi operatori nella tutela degli ecosistemi naturali ed economici, magari anche attraverso l’introduzione di metodologie innovative legate al Credito, che mi impegno a “disegnare”. Come i progetti etici sviluppati grazie a crediti impagati che potrebbero essere riconvertiti in risorse (mezzi, know-how, creatività).

Un maggior rispetto delle imprese in affanno favorirà l’appianamento di moltissime pratiche di recupero e aiuterà tante realtà produttive a restare a galla.

E questo “controllo” imperniato di un’etica che infonde sensibilità ed empatia, stimolerà comportamenti positivi e tutelanti i sempre più delicati equilibri economico-produttivi.

Il controllo etico, dunque, non è semplicemente auspicabile poiché è corretto e perfino strategico. Ma è quello che potrà, realmente, rassicurare e rassicurarci.

Lira Italia

L’Italia è un paese complicato, ricco di risorse, capacità, bellezza e storia.

Un glorioso passato offuscato oggi da criticità sistemiche e congiunturali, aggravate dall’incapacità di credere nelle nostre straordinarie potenzialità.

Questo aiuta chi specula sul nostro declino; inducendoci a sospettare che i “costi” dell’unificazione europea non siano un effetto indesiderato ma, forse, una delle ragioni per cui è stata così fortemente voluta.

Limitare gli Stati nelle loro politiche monetarie e di bilancio li ha in qualche modo legati ai “poteri” centrali. Ed è per questo che chi caldeggia l’Europa e la sua moneta, talvolta a ragione, non può non riconoscere che finora ha portato più problemi che opportunità, per lo meno in Italia.

Per quanto, infatti, l’attuale stagnazione economico-produttiva derivi da una globalizzazione deregolamentata, un sistema produttivo frammentato, da pochi investimenti in R&S, dal difficile accesso al credito da parte delle imprese, da una certa rigidità del mercato del lavoro, da una fiscalità “punitiva” e una burocrazia opprimente io credo che la moneta unica abbia deluso molte aspettative proprio quando c’era bisogno di condizioni capaci di portare slancio e voglia di crescita.

L’Euro, ha infatti generato un’impennata dei prezzi al consumo che si è tradotta nella riduzione del potere d’acquisto, in primis dei lavoratori dipendenti e delle classi meno abbienti, per poi coinvolgere una classe media in progressivo assottigliamento.

Flussi di liquidità immessi nel sistema produttivo non sono mai arrivati alle imprese più bisognose, penalizzate dalla perdita di potere d’acquisto dei cittadini. E di seguito, perdita di competitività, calo dell’occupazione e danni concreti all’economia reale.

In Italia i prezzi sono lievitati anche a causa di un cambio che ha consentito una facile e furbesca conversione 1.000 Lire=1 Euro. Così come l’introduzione delle monete da 2€, con un valore quadruplicato rispetto alle vecchie monete da 500 Lire, e questo ha disorientato i consumatori sul reale prezzo di moltissimi prodotti, magicamente raddoppiati.

Dal lato macroeconomico, una moneta unica in un’Europa politicamente disunita con economie a diverse velocità ha generato scosse di assestamento che hanno accentuato criticità pre-esistenti e la conseguente chiusura, o la svendita, di molte imprese, le crisi bancarie e l’incremento esponenziale di un debito pubblico che potrebbe spingere Bruxelles ad imporre una stretta fiscale che ci metterebbe definitivamente al tappeto.

Oggi, molti politici ignorano il problema. Altri fanno finta di risolverlo, peggiorandolo.

Uscire dall’Euro, tuttavia, è complicato e pericoloso.

Perché allora non pensare all’introduzione ufficiale delle monete complementari, ad integrazione di un Euro con cui dovremo fare i conti ancora a lungo?

In Italia ne esistono diverse. Alcune funzionano bene ma io credo che serva qualcosa di “universale” capace, cioè, di stimolare gli investimenti e gli scambi commerciali a livello nazionale, ristabilendo un potere d’acquisto da impiegare verso prodotti nostrani.

Penso ad una moneta virtuale (elettronica) erogata dallo Stato a favore dei Cittadini e Imprese.

Un accredito mensile di importo fisso a tutti i cittadini, per l’acquisto di prodotti e servizi, tassativamente Made in Italy, e di un importo, proporzionale alla loro dimensione, alle imprese, per il pagamento dei dipendenti e dei fornitori italiani.

Una moneta ufficiale complementare all’Euro che mi piace chiamare LIRA ITALIA.

 

Riflessioni

Il denaro, fintanto che assolve l’originario compito di facilitare la compravendita di beni e servizi, stimola l’economia, la produzione, il lavoro, la ricchezza.

Quando, invece, è utilizzato per produrre altro denaro, nelle molte sfaccettature di una finanza speculativa, produce una “ricchezza” effimera che può avere effetti illusori e nocivi.

Spesso, infatti, in fondo alla filiera di Hedge Funds, Fondi di investimento, Fondi di Fondi, Derivati, Futures, etc., non c’è nulla. Nessuna garanzia solida a tutela degli investitori.

E quando qualcosa va storto, o è stata fatta andare storto (…), si parla di “denaro bruciato” ma io credo che se un investitore perde il suo capitale qualcuno, più o meno lecitamente, quello stesso denaro lo ha intascato. E’ fisica!

La finanza speculativa ha tuttavia consentito un significativo incremento dei consumi e del benessere grazie alla facilità con cui sono state prestate immense quantità di un denaro, concretamente inesistente, che era prevedibile che non sarebbe stato restituito.

Apice di questo fenomeno, i mutui subprime, che hanno generato la grande depressione tuttora in atto, corresponsabili degli NPL che stanno minando la tenuta dei sistemi produttivi e del mondo bancario.

La finanza speculativa, tra l’altro, complice – a mio avviso – un sistema borsistico non esente da colpe, assorbe risorse finanziarie destinate alla crescita e ne produce un’errata distribuzione a beneficio quindi di una sempre più ristretta fascia di soggetti che, di fatto, le sottraggono ai sistemi economici.

La mancanza di denaro (biglietti di carta a cui viene attribuito un valore universalmente riconosciuto e accettato) e l’incapacità di interscambio senza il suo prezioso ausilio genera un rallentamento degli scambi commerciali, dei pagamenti, dei consumi e delle produzioni e un conseguente aumento della disoccupazione e delle diseguaglianze sociali.

L’Euro ha complicato le cose poiché, rispetto a quando potevamo stampare le Lire in completa autonomia, oggi siamo vincolati alle scelte e agli “interessi” della BCE che generano costi che gravano sul debito pubblico, sul deficit e sul peso fiscale.

Credo, allora, che molti Stati fra cui l’Italia, con un PIL insufficiente a calmierare un forte indebitamento, pubblico e privato, costrette quindi a ribassare più volte le loro stime di crescita, dovrebbero avere una certa libertà nel cercare soluzioni, anche innovative, che contrastino un momento oggettivamente difficile; favorendo la tanto auspicata ripresa.


Innovazione Etica

Nell’era della globalizzazione ognuno di noi diventa parte integrande di un “organismo” sempre più grande ma anche sempre più fragile la cui sopravvivenza è fortemente legata ad ogni nostra (apparentemente insignificante) azione.

Siamo tutti sulla stessa barca, ormai, e non possiamo più ritenere sufficiente, per quanto importante, limitare gli effetti della nostra presenza su questo Pianeta attraverso comportamenti corretti o perfino virtuosi.

Il problema è che siamo in 7 miliardi di anime, solo oggi, e dubito che ve ne siano molte disposte a rinunciare alle loro abitudini e al loro stile di vita.

Cosa fare, allora?

La cosa più urgente, secondo me, è attivarsi per limitare i danni di uno sviluppo irregolare e indiscriminato che vede i produttori e i consumatori corresponsabili di una situazione pericolosa dovuta alla smania di possedere e a quella di produrre.

Non so chi abbia iniziato per primo ed è ormai inutile scoprirlo.

Però oggi ci sono eserciti di persone che consumano e inquinano e imprese fameliche che ci invogliano a farlo, sforzandosi di produrre a costi sempre più bassi; con poco rispetto per le persone e pochissima cura per l’ambiente.

Non intendo puntare il dito contro le multinazionali perché se non ci fossero loro sarebbe impossibile entrare in un negozio, o in un distributore di benzina, e trovare gran parte delle cose ritenute indispensabili nel nostro quotidiano.

Dico però che serve maggior equilibrio fra la voglia di crescere e l’impegno a lasciare un pianeta ospitale alle prossime generazioni e per questo bisognerà trovare metodi innovativi per produrre, consumare,  smaltire i rifiuti, spostarsi e lavorare ma, prima ancora, servono progetti per attenuare i danni già visibili agli ecosistemi naturali ed economici, su cui è basata la nostra vita e il nostro il lavoro.

I produttori e i consumatori stanno danneggiando il Pianeta. A loro il compito di rimetterlo a posto.

All’innovazione etica (che disegno), invece, il compito di trovare idee per rendere economicamente interessante l’avvio di progetti etici – tesi a calmierare le problematiche ambientali ed economiche – da parte di grandi aziende e Banche, grazie a metodologie collaborative innovative per realizzarli.

Sono infatti convinto che una volta palesata la forte connessione fra l’impegno etico e gli importanti ritorni economici e di immagine a beneficio delle aziende che sceglieranno questa innovativa e stimolante strada, la ricerca della sostenibilità, quella vera, potrà davvero avere inizio.

Luigi Bordini